Mostra alle mura aureliane

Nel ventre segreto delle Mura Aureliane, lambito ma rispettato dal traffico concitato di Corso d'Italia, Giovanni Crescimanni propone una personale antologia del lavoro svolto nell'ultimo decennio. Anni molto importanti per Crescimanni pittore, perché sono quelli in cui ha deciso di uscire allo scoperto, rendendo di pubblico dominio quanto era andato realizzando riservatamente da molto tempo; quando ha tenuto le prime mostre (che si sono fatte, via via, più frequenti), ed ha anche avuto occasione di conseguire ufficiali riconoscimenti di tutto prestigio. Sono oli, acquerelli, disegni e - in pieno accordo con un luogo che era stato lo studio, in odore di alchimia, di Francesco Randone, scopritore dei segreti del bucchero etrusco - ceramiche e terrecotte. Curiose invenzioni fittile, queste ultime: ironiche figurine (Satiro stanco) e maschere dai lineamenti grotteschi e stralunati. Ma è soprattutto il pittore a tenere banco, ed è un pittore attento, quasi esclusivamente, ai paesaggi. Si può sostenere che queste carte e tele costituiscano il diario di Crescimanni appassionato viaggiatore: dall'India, alla Siria, ai fondali del Mar Rosso, col loro guizzare di pesci dai colori strabilianti. Andare e stare: accanto all'esotico, le testimonianze non meno sentite, non meno attentamente meditate, di lunghe residenze in Italia: Venezia, con il vibrare unico dei riflessi della laguna e, in contrasto radicale e tuttavia fascinoso, Marghera; la campagna toscana, e le tante inquadrature romane. Crescimanni adotta un duplice registro: da una parte si affida ad un lessico figurale, sia pure alquanto rarefatto e sintetico; dall'altra accede ad un'attitudine esplicitamente aniconica, seppure serrata fortemente dalle suggestioni che gli provengono dal vero di natura. Tra i frutti del primo, segnalo alcune inquadrature di paesaggio toscano, collocate all'inizio della mostra, quasi a mo' di introduzione e di un amabile trompe-l'oeil: finestre aperte nella cortina interna delle mura su di un paesaggio toscano che esiste, ma in un altrove geografico. Un discorso a parte meritano i paesaggi senesi, che sono poi quelli - confesso - che mi sono più congeniali. Per buona parte, si tratta di inquadrature che Crescimanni percepisce dalla sua casa di campagna, non lontano da Pienza. Luoghi, sanno tutti, sfacciatamente prediletti dal Cielo. Qui, la familiarità, il processo di appropriazione visiva e sentimentale di un territorio privilegiato, hanno ragione di ogni superstite intento di restituzione in chiave di fedeltà al vero fenomenico. Quasi per effetto di barbagli o di un automatismo retinico, la composizione si elabora tissularmente, mediante l'aggregazione e la parziale stratificazione di tocchi di colore, di una sorta di virgole, altrettante pennellate, con un andamento prevalentemente verticale, che restituiscono con innegabile efficacia e capacità di coinvolgimento l"emotiva percezione delle crete senesi. Alle tonalità degli ocra, dei marroni, senz'altro prevalenti, Crescimanni aggiunge spesso interventi tra l'azzurro e il blu, dal topazio all'indaco - ed è il cielo, certo - ma che attribuiscono alle composizioni un certo quale, singolarissimo sapore orientale. Un Oriente che poi, a voler essere sofistici e a rammentare quanto insegnava un maestro come Mario Bussagli, con la civiltà e, in particolare, con la cultura visiva di Siena, ha avuto pure parecchio da spartire.

Carlo Fabrizio Carli, “MOSTRA ALLE MURA AURELIANE